GRANDE SERATA CON SERGIO SGRILLI A VILLA VENIER
Articolo del 01/08/2003
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Questo il dialogo che ho sentito con le mie orecchie fra due ragazzini alla fine delle più di due ore di spettacolo di Sergio Sgrilli, quasi a testimoniare il grido di protesta e di denuncia che più volte si è alzato dal suggestivo palcoscenico montato davanti alla facciata di Villa Venier a Sommacampagna: per 7 anni Sgrilli è stato una colonna portante di Zelig, ma adesso gli vengono preferiti altri comici, è un altro il genere, il cliché che funziona in tv; forse, come ha ipotizzato lo stesso comico toscano, il suo modo di far ridere è troppo intelligente, costringe lo spettatore a pensare, e l’esilio forzato di personaggi come Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Dario Fo, fa pensare che quello che Sgrilli ha detto è probabilmente vero.
Ieri sera a Sommacampagna, Sergio Sgrilli è stato il protagonista di una serata strana, alternativa fin dall’inizio. Tanto per cominciare il prezzo: 5 euro, meno di uno spettacolo di una qualsiasi compagnia amatoriale. Poi l’inizio dello show: una decina di minuti dedicati a Verona e in particolare a Sommacampagna. Di seguito le prese in giro prima e le polemiche più o meno veritiere poi su “La trasmissione dell’anno”: Zelig. Quindi una fase centrale dedicata al mondo dei trentenni, dove tutti noi presenti fra i 30 e i 40 ci siamo sentiti coinvolti, partecipi e immedesimati con i racconti di vita di Sergio.
Dopo un’ora e 10 minuti, in un’ovazione generale, entra sul palcoscenico la chitarra, e parte un nuovo show, dedicato ai suonatori da spiaggia, ma anche alla presa in giro di alcuni modi di cantare e di essere divi di alcune star della musica italiana. E per finire, dopo un’ennesima sottolineatura del “poco spazio” avuto quest’anno, nell’anno del boom televisivo di Zelig, Sgrilli entra nella parte de “l’uomo in blues”, la parte scomoda, di denuncia, di polemica, della sua comicità, una serie di riflessioni che non suscitano più la risata liberatoria e aperta di prima, ma quell’amaro sorriso a denti stretti, perché certa quotidianità politica e sociale alla quale siamo abituati, dovrebbe solo farci incazzare, imporci la ribellione alle imposizioni psicologiche che i media ci propinano, e invece, un esempio su tutti: la guerra in Iraq è diventata “La” guerra e non “Una” guerra; tutti pronti a far sventolare la bandiera della pace dai propri balconi durante “La” guerra, ma adesso di bandiere non se ne vedono quasi più, come se, finita “La” guerra (cosa comunque falsa), di guerre non ce ne fossero più nel mondo.
Simone Mujelli
Muge
muge@livepoint.it


