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CAPITAN FRACASSA COME MATRIX?
Articolo del 08/07/2003
Nel vedere “Sogno dolore e vita! Capitan Fracassa” di Vincenzo Todesco per la regia di Roberto Totola mi è venuto subito in mente un film che ha spopolato nelle sale cinematografiche di tutto il mondo: Matrix. L’accostamento può sembrare un po’ azzardato e per certi versi lo è davvero, visto che in quest’opera teatrale non ci sono né computer né macchine che schiavizzano gli umani. Però, se andiamo all’essenza di Matrix, quel nucleo centrale che ha portato molti a scomodare addirittura il mito della caverna di Platone per dirci che alla fin fine la differenza tra il sogno e la realtà è sempre molto labile, ci accorgiamo di come questo aspetto, nel teatro, sia trattato da sempre. E in particolar modo in questo “Capitan Fracassa” dove i livelli di realtà sono addirittura tre che scorrono paralleli tra loro, ma intersecandosi a volte. Abbiamo così una compagnia teatrale che vive una vita di cui non è contenta, sotto il rischio continuo di morire per la guerra nella quale è coinvolta suo malgrado. Così decide di mettere inscena, per l’ultima volta, la storia di una compagnia che porta in giro la storia di Capitan Fracassa, fino al tragico finale.
Ne risulta così un’opera coinvolgente e affascinante, ma anche ricca di spunti di riflessione. E’ chiaro l’intento di rappresentare il cammino della vita attraverso il teatro, o meglio attraverso l’arte che diventa l’unico rifugio, l’unico baluardo e l’unica speranza nei momenti di difficoltà. Ottima da questo punto di vista la regia di Roberto Totola, capace di rendere tutto questo visivamente grazie ad una scena molto dinamica che cambia in tempo reale per ricreare le atmosfere ora di una piazza, ora di un castello, ora di una carovana. Inoltre l’uso degli spazi del Cortile del Mercato Vecchio è risultato azzeccato, ma già Roberto ci ha abituato, nei suoi spettacoli, a giocare con lo spazio uscendo da quello che è il semplice palco e facendo sentire il pubblico parte integrante della scena. Indubbiamente aiutato in questo dalle musiche evocative del maestro Giannantonio Mutto.
Un plauso agli attori, tutti capaci di rendere al meglio un testo sicuramente non facile. Bravo Totola che oltre a curare la regia era anche il giovane barone di Sigognac, improvvisatosi un azzeccato Capitan Fracassa. Sempre molto brava Marina Furlani capace di catturare la scena in un attimo. Poliedrico trasformista Gianni Franceschini che passa con disinvoltura e grande capacità dal ruolo di capocomico a quello di maggiordomo, poi di oste (divertentissimo) ed infine di conte. Difficile poi non innamorarsi della bionda Eléonore Bisson un’affascinante e sensuale Isabelle. L’infido marchese e lo sfortunato Matamoro sono entrambi interpretati da un bravo Candido de Castro. Splendida poi la prova di Solimano Pontarollo nei panni di un vivacissimo Arlecchino. E anche gli altri interpreti, Franca Zanetti (Madre nobile), Roberto Adriani (Tiranno), Eugenio Chicano (Leandro), Paola Compostella (Zerbina) si sono meritati il lungo applauso che ha accompagnato la fine della rappresentazione perché sono stati capaci di trasformare una storia in realtà, un sogno, attraverso il dolore, in vita.
Una nota stonata però c’è, ed è relativa all’acustica del cortile che non era certo perfetta e qualche volta impediva di cogliere appieno tutte le battute, peccato perché, a parte questo, quello del Cortile del Mercato Vecchio è uno scenario veramente incantevole.

Davide Galati
Livepoint
davide.galati@livepoint.it